L’inflessibilità psicologica. Cosa succede nella nostra mente quando siamo bloccati nella sofferenza – Prima parte

Marco viene a colloquio nel mio studio dopo vari ripensamenti, sente che è giunto il momento e non ha più senso aspettare, da solo non riesce a cambiare la sua situazione.
Vive in uno stato di perenne blocco e ansia. Sente che qualsiasi scelta possa fare lo porterebbe a una catena di conseguenze disastrose.

Nei primi incontri con Marco cerchiamo di comprendere assieme la sua situazione emotiva per capire la natura dei suoi blocchi. Insieme arriviamo a una maggiore chiarezza sulla sua inflessibilità psicologica.

L’ACT (Acceptance Commitment Therapy) considera la sofferenza psicologica come il risultato di sei processi mentali che inchiodano la persona ad un perenne blocco.
Andandoli a vedere nel dettaglio, infatti, si può notare che ricorre l’immagine della gabbia: essi infatti bloccano la persona in una ripetizione continua.

In questa prima parte esaminiamo i primi tre processi.

La fusione cognitiva

Marco è bloccato. Pensa che, se andrà a dare il prossimo esame, sicuramente andrà male. Pensa anche di non essere in grado di sostenere un colloquio di lavoro, perché sicuramente non lo prenderanno.

Marco è totalmente “fuso” con le sue convinzioni. Non le considera più come pensieri che gli attraversano la mente, come “storie” che una parte di lui gli racconta: le tratta come delle verità indiscutibili, come un dato di realtà.

Quando siamo presi dalla sofferenza i pensieri non sono più soltanto pensieri, ma diventano fatti. “Sicuramente andrà tutto storto”. “Non ci sono dubbi”. Il chiacchiericcio della nostra mente diventa una gabbia che inchioda.

L’evitamento esperienziale

Come conseguenza della fusione cognitiva Marco decide sempre di “non fare”: non dare esami, non andare a colloqui di lavoro, non esporsi a situazioni stressanti.

Marco comincia a evitare esperienze che lo sottoporrebbero ad un fallimento che la sua mente considera sicuro. Vuole evitare l’ansia, vuole controllarla. Ma provare a controllare l’ansia implica pensare all’ansia, cosa che tende a evocare l’ansia.

È un cane che si morde la coda, un circolo vizioso.

L’attenzione inflessibile

La fusione e l’evitamento tendono a focalizzare la nostra attenzione sul passato e sul futuro: cominciamo a ruminare su eventi accaduti che potevamo evitare o a preoccuparci di rischi che potremmo correre in futuro.

Perdiamo il polso della situazione presente, totalmente assorbiti da ruminazione e preoccupazione.

Il fatto, però, è che noi viviamo nel presente, e nel presente avviene il cambiamento. Se noi siamo consapevoli della situazione presente, allora siamo sensibili alle cose che ci circondano e che mutano, e allora anche noi mutiamo.

Se siamo ancorati al passato o al futuro vengono precluse nuove possibilità: sognare ad occhi aperti prende il posto dell’azione.

Analizzare ogni piccolo disagio legato al passato o al futuro impedisce la connessione con il momento presente.

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